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1) Il Monferrato storie e leggende
Cavalcò senza sosta per tre giorni e tre notti. Dalle foreste dense di ombre inquietanti e dalle paludi infide lungo le rive del Po, attraverso calanchi e colline sino alle terre dove l'aria portava già le dolcezze del mare vicino. Tre cavalli Aleramo sfiancò nella sua corsa contro il tempo, perché tutto il territorio che sarebbe riuscito a percorrerem a "marchiare" con la sua presenza, in quel limite di tre giorni e tre notti, gli sarebbe stato assegnato in proprietà e governo.Così aveva stabilito nella primavera del 967 l' imperatore Ottone I, a Ravenna, dove si era accampato con il suo esercito dopo aver piegato la ribelle Brescia, grazie al coraggio e al valore di Aleramo, subito insignito della dignità di marchese. La leggendaria cavalcata di Aleramo delimitò una terra forte e insieme dolcissima, di colline soprattutto, di paesaggi e ambienti continuamente variatim di orizzonti mutevoli e dalle fortissime e sempre diverse suggestioni. Quella terra aspra e gentile, quell"esultante di castella e vigne/ suol d' Aleramo", come lo cantò il Carducci che dalla riva destra del Po si incunea nell'Appennino verso il mare della Liguria si stempera nella pianura torinese e in quella alessandrina o si dilata su altre colline di Langa e Roero, già così diverse di carattere, di sapori, di atmosfere. "Si favoleggia come Aleramo volle, prima della gran corsa, ferrare il cavallo; e che non trovando gli strumenti a ciò, adoperò un mattone, che nel volgare di Monferrato, è detto mun'; e così il cavallo fu ferrato, frhà', onde il nome di Monferrato". Etimologia fantasiosa di storici ottocenteschi, ma in perfetta sintonia con la leggenda. Decine di altre "letture", di altre interpretazioni e spiegazioni dell' origine dalla denominazione di Monferrato sono state cercate e sostenute con passione e accanimento nel corso dei secoli. E tutte con qualche margine di verità e con molta fantasia: da "Mons ferratus" (monte o, piuttosto, sistema collinare fortificato) a "Mons ferax" (terra ricca di messi e di frutti). Le ricerche delle "radici" e dello sviluppo della dinastia degli Aleramici ha portato gli storicim soprattutto fra Sette e Ottocento ma con qualche ulteriore sviluppo anche in anni non lontani, a dal vita a un albero genealogico complicato e intrigante. Fra i rigogliosissimi rami del presunto albero genealogico della casata figurano, grazie anche ad una accorta "politica matrimoniale", re, conti, marchesi, duchi, principi (ma anche vescovi e abati), signori di terre dall' Inghilterra al Medio Oriente. Quell' Aleramo della leggenda della cavalcata, sarebbe stato il quinto della dinastia a portare il nome e l' assegnazione del Monferrato e dalla Liguria Occidentale sarebbe stata, in realtà, una "restituzione" di precedenti e antichissimi diritti su quelle terre. Il fondatore o, meglio, il rifondatore degli Aleramici del Monferrato, Aleramo V appunto, sarebbe morto intorno al 969. La sua tomba è conservata nella cappella del Rosario della chiesa oggi parrocchiale di Grazzano Badoglio, su una delle tante, suggestive colline del Monferrato, quasi al confine tra Casalese e Astigiano.Il Monferrato, dunque, che la vicenda di Aleramo - con una contaminazione ormai inestricabile di storia e leggenda - intendeva proiettare in una dimensione di unitarietà geografica e politica. Per la prima, quella geografica, una certa qual omogeneità di territorio in realtà esiste. Per la seconda, le vicende storiche hanno invece segnato percorsi molto diversi, sovente contrastanti, fra aree vicine; hanno visto maturare nei secoli esperienze politiche, sociali, economiche difficilmente rapportabili alla fondazione aleramica. Concluso presto, se mai ebbe realmente speranza di vita, il sogno di un percorso storico e istituzionale omogeneo e unitario, le terre del Monferato svilupparono una ricchezza incredibile di situazioni e una straordinaria varietà di esperienze per aree più ristrette. Una crescita certo non lineare; più spesso, anzi, difficile e sofferta, diventando il Monferrato terra di scontro di poteri esterni più forti, merce di scambio o ambitissima preda. L' identità geomorfologica del Monferrato è abbastanza ben caratterizzata ed è generalmente individuata nel vasto altipiano collinare che, in continuità con le Langhe, si protende dall' Appennino ligure (nella punta più avanzata, il Monferrato è appena ad una trentina di chilometri dal mare) verso la sponda destra del Po, articolandosi in colline e valli tra la pianura cuneese a Ovest e quella alessandrina a Est. Più in dettaglio - ma subito si aprono problemi di difficile soluzione e si innestano polemiche anche dure nell' individuare "confini" precisi, soprattutto per ragioni storico-politiche - il limite Nord del Monferrato è segnato dall' arco che il corso del Po compie fra Gassino-Chivasso e Valenza, staccando nettamente il sistema collinare dalla pianura; a Sud, verso le Langhe, il confine diventa più impreciso, ma potrebbe essere segnato da una linea irregolare e molto articolata che divide le province di Asti e di Cuneo, includendo alcuni centri importanti (ad esempio, Castagnole Lanze, Canelli), ed escludendone altri comeNeive, Castiglione Tinella, Santo Stefano Belbo. Ma ci saranno sempre studiosi e storici a contestare esclusioni o inserimenti sia sulla destra che sulla sinistra del Tanaro. Più facile definire il limite a Ovest, dove il Monferrato digrada verso la pianura di Chieri, il pianalto di Poirino e l'Oltretanaro albese, mentre a Est il confine è segnato con qualche approssimazione dalla Bormida e dalla pianura alessandrina. Questo a grandi linee e icordando che, nella parte Sud-Orientale, secondo alcuni il Monferrato si dilaterebbe sino a comprendere ampi territori acquesi e anche ovadesi.
Non meno incerta la suddivisione interna di questa splendida subregione. Si parla quindi - considerando l'ipotetico asse da Nord a Sud - di Basso Monferrato Casalese, seguito dal Basso Monferrato Astigiano, poi dall' Alto Monferrato Astigiano e infine dall'Alto Monferrato Acquese. Ma altri riducono a tre le zone (Alto Monferrato, Monferrato Astigiano e Monferrato Casalese o Basso Monferato), e oggi si preferisce più semplicemente dividere in due la subregione, indicando come linea di suddivisione la depressione rappresentata dall'insenatura di Villafranca d' Asti, dal basso corso del torrente Borbone e dalla parte inferiore della Valle del Tanaro. Relativamente recente la storia geologica del Monferrato. Le sue terre emersero dal fondo di quell'enorme mare Adriatico che copriva anche gran parte della regione padana e le cui acque via via si ritirarono nei millenni, avviando i processi di erosione e di deposito sino all'attuale configurazione. Le formazioni di deposito più antiche sono ritenute le marne arenacee e calcaree del Miocene che della preistorica vita marina conservano preziose e suggestive testimonianze di conchiglie fossili, a volte di interi scheletri di pesci e mammiferi. Ricchissime di fossili sono, ad esempio, le colline e valli astigiane (la Valle Andona è diventata area protetta e parco naturale proprio per l'alta presenza di fossili), e sovente, soprattutto nelle abitazioni e negli edifici antichi, i blocchi tagliati nei depositi più consistenti e utilizzati nelle costruzioni rivelano a occhio nudo (con una certa commozione si possono ad esempio ammirare negli spessi muri perimetrali settentrionali della chiesa abbaziale di Vezzolano, ai piedi di Albugnano) la forte presenza di fossili. Ritiratesi le acque del mare, le colline del Monferrato si animarono nel Pliocene di grandi animali poi scomparsi - il "mastodonte proboscidato", il "rhinoceros etruscus", ad esempio - che hanno anch'essi lasciato testimonianza fossile in molte colline o nei fondovalle, con una densità particolarmente consistente di reperti in territorio di Villafranca d'Asti, tanto da indurre gli studiosi a parlare di un "periodo Villafranchiano", collocato tra l'era pliocenica superiore e la pleistocenica.
Pur essendosi formato in un'unica era geologica, il sistema collinare del Monferrato presenta caratteristiche morfologiche abbastanza diverse. Si pensa ad una realtà territorialmente omogenea, ma non appena si tenta di definirla con parametri univoci, ci si accorge invece dell'esistenza di una ricchissima varietà di orizzonti e di panorami, di ambienti e di coltivazioni, quasi che il Monferrato volesse sfuggire ad una classificazione rigida e schematica, rivendicando la sua unicità sbarazzina e vivace, continuamente diversa, che ti spiazza e ti sorprende a ogni curva, a ogni crinale di collina. Così, se l'altitudine massima raggiunge nel rilievo monferrino i 700 metri
(quella media e di 350 metri), e l'immagine che si ricorda di più è quella di colline dolci, dalle forme ondulate e piatte, di piccole e deliziose valli, secondo un sistema oro-idrografico sicuramente complesso e apparentemente disordinato.
"Esultante di castella e vigne", il Monferrato lo è sicuramente, ma con una straordinaria varietà fra le colline segnate da una fitta geometria di vigneti, dominate da una torre, da un castello o da una solitaria cappella romanica, e le altre colline che verso Sud e l'Appennino vanno rinserrandosi in paesaggi più aspri e severi e le vigne lasciano sempre più spazio al bosco. Diversità e varietà che non sono soltanto di paesaggi, ma anche di terra che da zona a zona, da collina a collina cambia colore, consistenza materica, composizione chimica. Ne conoscono molto bene i segreti i viticoltori, gli agricoltori che su esperienze pratiche cresciute e maturate nei secoli hanno variato le coltivazioni, hanno selezionato vitigni specifici da zona a zona, hanno arricchito la produzione secondo vocazioni specifiche di colline e valli. Così, viticoltori e agricoltori non parlano tanto di Basso o Alto Monferrato. Dall'esperienza antica, preferiscono parlare di tipologia delle terre, del loro colore, della difficoltà nel lavorarle, delle colture che più di altre si adattano a quel terreno particolare. Sanno che le "terre bianche", di composizione calcareo-marnosa, non sono indicate per le colture erbacee, mentre sono l'ideale per le viti che producono vini "forti", soprattutto rossi, ricchi di corpo e di colore. Hanno imparato che le "terre rosse", composte di limo e argilla, che si impastano come la creta sotto la pioggia, possono essere coltivate anche a cereali, ma soprattutto sono "giuste" per i vini, in particolare quelli bianchi. E, poi, le "terre sabbiose", dove ci si strappa l'anima per coltivarle, avare di acqua che non riescono a trattenere e che scorre via veloce, ma che producono vini delicati, nobilissimi rossi, e infine le "terre grasse", quelle alluvionali di fondo valle, per piccoli prati verdissimi e qualche canneto. Popolazioni di stirpe ligure - cacciatori e raccoglitori di frutti selvatici in una natura ancora vergine, poi agricoltori che cominciarono a modellare i primi spazi aperti - abitarono il Monferrato quando, ritiratesi le acque del mare, sulle colline si sviluppò la vegetazione primitiva. Altre popolazioni sopravvenute, i Celti, si fusero presto con i Liguri, ma insieme lasciarono scarse tracce della loro lunghissima presenza su queste terre. Occorrerà attendere sin verso la fine del I secolo avanti Cristo, con l'espansione dell'Impero Romano anche in area piemontese, diventata regione militare strategicamente importante, per vedere una più ampia e stabile colonizzazione delle colline del Monferrato. Di certo, alcuni antichi villaggi di origine ligure furono consolidati ed ebbero nuova strutturazione, ma soprattutto furono creati insediamenti nuovi e "villae" sparse, grandi aziende agricole. Occasionali ritrovamenti archeologici, importanti testimonianze rimaste sul terreno come a Industria (oggi Monteu da Po, proprio sul finire delle colline del Monferrato verso il grande fiume), reperti che riaffiorano ad Asti, ad Acqui Terme e in molti altri centri minori, la sopravvivenza di toponimi e la tradizione letteraria, confermano una fitta antropizzazione del Monferrato in età romana. Paradossalmente, è con il crollo dell'unità politica e amministrativa, seguita alle invasioni barbariche e alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, e poi con il frazionamento post-carolingio, che il Monferrato assume quelle caratteristiche in parte riscontrabili ancora oggi. L'insicurezza dei tempi, la necessità di sfuggire a continue aggressioni e assalti (vi fecero scorrerie anche Ungari e "Saraceni" e forse non è del tutto leggendaria la tradizione di una origine saracena di villaggi fra Ottiglio e Frassinello), costrinsero i monferrini prima ad abbandonare valli e ristrette pianure per trovare riparo e difesa su bricchi e colline più alte, poi a ricercare le protezione di potentati locali, di vescovi o di città - tipico è l'esempio di Asti - che, conquistata l'autonomia comunale, tendevano ad estendere il controllo sul "contado". Le residenze fortificate dei feudatari, i "castelli" (molti di essi si trasformarono, nei secoli successivi, in sontuose e splendide residenze nobiliari), diventano da allora uno degli elementi caratterizzanti del paesaggio del Monferrato.